Il Grinch dell’educazione: la solitudine dei genitori e il villaggio che abbiamo perso

Genitorialità consapevole

Il Grinch dell’educazione: la solitudine dei genitori e il villaggio che abbiamo perso

Abbiamo più informazioni che mai su come crescere i figli. Corsi, libri, podcast, profili, webinar. Eppure, se una sera va tutto storto, molti genitori non saprebbero a chi telefonare.

Questa è la solitudine dei genitori di oggi. Non fa rumore, non si vede nelle foto, e spesso non la chiamiamo nemmeno così. La chiamiamo “preferisco stare per conto mio”.

E allora lo dico subito, a costo di attirarmi qualche antipatia: secondo me siamo diventati un po’ tutti dei Grinch.

Cos’è la Friendship Economy e perché riguarda anche chi educa

Di recente è comparsa un’espressione che descrive bene il momento: Friendship Economy. Indica il ritorno di valore delle relazioni, dell’amicizia, delle esperienze condivise.

Il ragionamento è semplice. Possiamo lavorare da casa, fare la spesa online, seguire un corso dal divano, parlare con un’intelligenza artificiale. Possiamo, in pratica, vivere senza incontrare nessuno. E proprio per questo sta tornando un bisogno che di nuovo non ha niente: stare insieme.

Running club, gruppi di lettura, cene tra sconosciuti, luoghi nati apposta per creare comunità. Nessuna di queste cose è rivoluzionaria. Funzionano perché danno alle persone un motivo per uscire di casa e trovarsi davanti a qualcuno.

Oggi si vende la possibilità di non sentirsi soli. E se è diventata un prodotto, vuol dire che ne abbiamo perso parecchia per strada. Anche come genitori.

Il villaggio per crescere un bambino non era perfetto (e va bene così)

Niente nostalgia, però. Il famoso villaggio che serve per crescere un bambino non era un posto idilliaco. Era anche quello che commentava ogni scelta, giudicava, metteva il naso dappertutto.

Molti genitori se ne sono allontanati con ottime ragioni. Hanno imparato a mettere confini, a scegliere con chi condividere, a non sentirsi obbligati a frequentare qualcuno solo perché abita sullo stesso pianerottolo o ha un figlio nella stessa classe.

Tutto giusto. Il problema è quello che è successo dopo.

A un certo punto, mettere confini e costruire muri hanno cominciato a somigliarsi parecchio. Scegliere chi vogliamo nella nostra vita è una cosa. Decidere che, siccome le persone sono faticose, tanto vale non incontrarne più, è un’altra.

Genitori isolati: come si costruisce una casetta sul cucuzzolo

Il Grinch vive in cima alla montagna, lontano da tutti, infastidito dalla felicità degli altri. Ma non ci è nato, lassù. Ci è salito.

Succede un pezzo alla volta. Un’amica che delude. Un gruppo in cui non ci si è sentiti accolti. Un dubbio educativo raccontato a voce alta e la risposta di qualcuno che spiega come lui, invece, i figli li sa gestire benissimo.

Prima si smette di raccontare certe cose. Poi si evitano certe persone. Poi arriva la frase definitiva: tanto non ho bisogno di nessuno.

E la casetta sul cucuzzolo diventa comodissima. Dentro ci sono le nostre convinzioni, le persone selezionate con cura, i contenuti che confermano quello che pensiamo già. Soprattutto, nessuno che ci metta in discussione.

Da lassù il mondo si vede benissimo. Partecipare è un’altra faccenda.

Perché nell’educazione l’isolamento costa più caro

Educare non è un esperimento di laboratorio. Nessun genitore applica una teoria a un bambino e ottiene il risultato previsto, con le conclusioni già scritte.

L’educazione succede nelle relazioni, e le relazioni sono imprevedibili. Succede quando un figlio torna da scuola con una storia che non sappiamo come prendere. Quando litiga con l’amico del cuore. Quando un altro genitore fa una scelta che non condividiamo. Quando tutto quello che abbiamo studiato, in quel momento preciso, non basta.

Lì servono gli altri. Non per farsi dire cosa fare. A volte basta raccontare e scoprire che a qualcuno è successa la stessa cosa. O ascoltare chi l’ha affrontata in un modo completamente diverso.

Sapere cosa sarebbe giusto fare non significa riuscire a farlo. Spesso non manca un’altra spiegazione. Manca la possibilità di fermarsi, parlarne con qualcuno e riprendere il filo.

Comunità di genitori o club privati?

Ecco la domanda scomoda: siamo ancora capaci di stare con chi non la pensa come noi?

La sensazione è che abbiamo sviluppato una certa allergia al disaccordo. Il confronto piace, purché l’altro arrivi alle nostre stesse conclusioni. La diversità piace, purché non tocchi le nostre certezze.

Nel mondo della genitorialità questa cosa si vede benissimo. Gruppi, pagine, profili, community: spazi pieni di persone che la pensano già allo stesso modo. Trovare chi condivide i propri valori è prezioso, nessuno lo mette in dubbio. Ma una comunità non dovrebbe diventare un recinto.

Una comunità vera è un posto dove si arriva con le proprie convinzioni, si incontrano quelle degli altri, si discute. Magari si cambia idea. Magari si resta in disaccordo e ci si rivede lo stesso la settimana dopo.

Se per stare insieme bisogna pensarla tutti uguale, quella non è una comunità. È un club privato.

Il paradosso: tanti contenuti sulle relazioni, poche relazioni

Passiamo ore ad ascoltare podcast sulla comunicazione, a guardare video sulla gestione dei conflitti, a leggere di educazione rispettosa. E poi, nella giornata peggiore del mese, non sappiamo a chi scrivere.

Abbiamo imparato benissimo a parlare di relazioni. Coltivarle è rimasto indietro.

Forse la formazione dei genitori non può essere solo una faccenda individuale. Io compro il libro, io seguo il corso, io ascolto l’esperta. Serve anche il noi: ci incontriamo, ci confrontiamo, proviamo a capirci qualcosa insieme.

È il motivo per cui la nuova edizione della Dolce Guida torna in versione Live+. Non un percorso da comprare, guardare e archiviare in libreria, ma uno spazio in cui esserci, fare domande, portare la propria storia. Il momento che conta è quando una mamma racconta una situazione e un’altra si riconosce. Quando la domanda di una persona è la stessa che altre dieci non avevano il coraggio di fare.

E per chi ha bisogno di qualcosa di più personale c’è Un anno con Elena Cortinovis: un accompagnamento individuale e continuativo, per non dover ricominciare ogni volta da zero con qualcuno che non conosce la tua storia.

Sia chiaro: nessun corso cura la solitudine. Sarebbe una promessa ridicola. Ma la formazione può smettere di essere un’esperienza da vivere da soli.

Cosa vedono i nostri figli quando ci guardano stare con gli altri

Ci preoccupiamo tantissimo della socialità dei bambini. Se fanno amicizia, se vengono invitati alle feste, se riescono a inserirsi in un gruppo.

Poi però bisognerebbe chiedersi che esempio di comunità hanno davanti.

Vedono adulti che invitano qualcuno a cena, che chiedono aiuto, che frequentano persone diverse, che attraversano un piccolo litigio senza chiudere il rapporto? Oppure adulti che, anno dopo anno, hanno ristretto il proprio mondo fino a farlo coincidere con il divano di casa?

Nessuno deve diventare amico di tutti i genitori della classe. Ma un bambino dovrebbe crescere vedendo relazioni vere, non solo sentendone parlare.

E c’è un’altra cosa. La genitorialità è diventata un’identità così ingombrante che ci siamo dimenticati di avere altre parti da nutrire. Amicizie, interessi, conversazioni che non parlano di figli. Quel tempo non è sottratto ai bambini. È vita.

A proposito di Natale e di quello che raccontiamo ai bambini in questi giorni: ne ho parlato anche in l’elfo di Babbo Natale e in come dire ai bambini che Babbo Natale non esiste.

Scendere dalla montagna: da dove ripartire con le amicizie da adulti

Nessuno chiede di diventare estroversi da un giorno all’altro, organizzare feste ogni weekend o iscriversi a dieci gruppi.

Si può ricominciare da cose minuscole. Invitare qualcuno a cena senza aspettare la casa perfetta. Proporre un caffè senza trasformarlo in un evento. Accettare un invito anche se non si conosce nessuno. Entrare in un gruppo dove non si è i più bravi né quelli con qualcosa da insegnare. Non chiudere un rapporto solo perché l’altro ha un’opinione diversa.

Incontrare qualcuno vuol dire accettare che non sarà come ce lo eravamo immaginato. Vuol dire lasciare spazio all’imprevisto e rinunciare a controllare tutto. Per chi passa le giornate a organizzare, capire, prevedere e migliorare, è forse la parte più difficile.

Ma a volte, per non incontrare di nuovo qualcuno che ci deluderà, rinunciamo anche a chi potrebbe sorprenderci.

Non servono altri genitori che ci spieghino quanto dovremmo essere bravi. Servono persone con cui poter essere, ogni tanto, un po’ meno bravi.

Il Grinch può anche tenersi la sua casetta, se ci tiene tanto. Ma ogni tanto potrebbe aprire la porta.

Chissà chi c’è fuori.


Questo articolo nasce da un episodio del podcast. Lo trovi qui e su Spotify, Apple Podcasts e Amazon Music.

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