I capricci esistono, e puoi porvi rimedio

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Disciplina Dolce

I capricci esistono, e puoi porvi rimedio

I capricci esistono, ma non come e dove li vediamo noi genitori; i capricci ci sono, ma non sono in quegli atteggiamenti sfidanti, noiosi e piagnucolosi dei nostri bambini, che tanto ci danno fastidio.

Il capriccio esiste, come complesso sistema di idee e azioni impacchettate da noi genitori per definire quello che fanno i nostri bambini, quando ci danno noia.

Allora, dopo anni in cui parlo e scrivo, come pedagogista, di iceberg del capriccio, dopo fiumi di inchiostro online e in libreria, in cui dico che i capricci non esistono, oggi facciamo un esercizio utile per noi genitori, di ribaltamento dei punto di vista.


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I capricci esistono e sono questo:

Con la parola generica “capricci” noi adulti intendiamo delimitare quell’insieme di azioni e reazioni dei nostri bambini, dai 2 agli 8-9 anni, che comprendono

Ho dimenticato qualcosa….?

Ma più che sull’elenco appena fatto, e noto a tutti i genitori (e non solo) vorrei ci soffermassimo sulla prima parte del paragrafo:

I capricci sono quello che noi adulti definiamo tale. Non esiste, nella mente del bambino, il capriccio. Siamo stati abituati a dare questa definizione a questo insieme di azioni e reazioni che ci mettono in difficoltà.

Quello che dobbiamo fare, adesso, per “porre rimedio” ai capricci, è dare una spiegazione al capriccio, così che quelle azioni e reazioni non ci appaiano più così sfidanti e insopportabili.

Dietro al nostro concetto di capriccio, c’è “l’intenzionalità”: noi siamo certi che un bambino ci sfidi perché ci vuole sfidare, faccia delle cose per “fare dispetto”, perché vuole “vincere lui”.

Posso dire con certa sicurezza che il mettersi in sfida con i propri figli, e “non farli vincere” è da parte dei genitori il vero e proprio capriccio.

Quando noi non vogliamo darla vinta, perché non vogliamo perdere una gara psicologica con un bambino di sei anni, stiamo facendo un capriccio.
Quando perdiamo la calma e diamo una botta sul culetto per farlo smettere di piangere (stranamente causando l’effetto contrario), stiamo facendo un capriccio.
Quando per farlo smettere di fare qualsiasi cosa promettiamo ricompense o punizioni, stiamo facendo un capriccio.

Cioè, di fatto, stiamo agendo di istino e impulso, pensando al qui ed ora… proprio come i bambini.

Noi abbiamo strumenti che i nostri bambini non hanno

Immagine dal mio retreat “Rivoluzione Gentile”, maggio 2025

Ora, riappropriandoci della nostra mente adulta e responsabilità genitoriale, è bene ricordare che noi, su un piano strettamente cognitivo, abbiamo degli strumenti che i bambini non hanno.

Noi, adulti, abbiamo la capacità reale di calcolare e valutare cause e conseguenze, la relazione causa-effetto tra azioni e reazioni, mentre i bambini al di sotto dei 5 anni, no.

Noi possiamo sfidare qualcuno, perché abbiamo superato i 6-8 anni, momento della vita evolutiva in cui il nostro cervello riesce a costruire e ricordare i meccanismi di empatia, relazione con le emotività altrui e, dunque, può scegliere se e in che misura manipolare queste reazioni (con sfide, dispetti, bugie).
Prima di questa età, per fattori strettamente neurobiologici, i bambini non possono farlo.

L’atto del toccare un oggetto subito dopo che gli è stato detto “non toccarlo”, proprio mentre ci guardano, non è il loro modo per sfidarci ma il loro modo per studiare un limite, studiare l’azione e la reazione.

La ricerca, da parte del bambini, del tuo sguardo non è “sfida” ma mera e sincera esplorazione, nella quale noi abbiamo il dovere e la responsabilità di accompagnarli.

Quando un bambino sotto i 4-5 anni inizia a piangere a dirotto perché la banana è stata spezzata e non tagliata, perché è arrivata la nonna (che in genere adora), perché il sasso non è rotondo abbastanza, non è perché vuole mettere a dura prova la nostra pazienza o innescare una gara di supremazia, ma perché il suo piccolo cervello in evoluzione vive un vero e proprio “corto circuito”, che noi abbiamo il compito di contenere.

Dunque, cari genitori, continuiamo pure a chiamarli “capricci” ma nella misura in cui cambiamo il concetto che mettiamo in questa parola contenitore.
Chiamiamolo capriccio, nella misura in cui capiamo che quelle reazioni non sono sfida, ostilità, voglia di farci del male, bensì

  • bisogni
  • emozioni da imparare a gestire
  • piccoli ma sfidanti (per loro) cortocircuiti cognitivi da accogliere.

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