Educazione alimentare nell’infanzia. In Italia quasi impossibile

educazione alimentare per bambini
Disciplina Dolce

Educazione alimentare nell’infanzia. In Italia quasi impossibile

Dare una buona educazione alimentare ai propri bambini, coerente e sana fin dai primi anni dell’infanzia, è un’ambizione quasi eroica per i genitori italiani.
Per quanto la cucina italiana, qualunque cosa questa espressione significhi davvero, sia ora patrimonio Unesco, in realtà alcuni tratti dell’approccio all’alimentazione in Italia rendono complesso trasmettere una sana educazione alimentare su un piano pedagogico.

Ma io consiglio sempre ai genitori di non demordere, perché il cibo è non solo nutrimento ma anche uno degli aspetti meravigliosi della vita e della cultura in cui nasciamo.
Trasmetterne i codici e i simboli in modo sano è parte importantissima delle nostre scelte pedagogiche.


Lo sai che l’educazione alimentare dei nostri bambini e come inserirla armonicamente nelle nostre scelte pedagogiche è uno dei topic della mia membership?

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Contesto culturale generale

Per quanto l’Italia, per questioni geografiche e poi, di conseguenza, culturali, goda di ottimo cibo e fantastiche ricette storiche, ci sono delle caratteristiche del nostro approccio alla cultura alimentare che rendono più complesse alcune scelte.
Vediamo alcuni di questi “nodi”

Routine alimentari rigide

La disciplina dolce suggerisce di far scoprire il cibo ai bambini ascoltando i bisogni del loro corpo, soprattutto alla luce del fatto che il loro corpo in veloce e costante evoluzione è molto diverso dal nostro, di adulti.
Dunque l’ideale sarebbe insegnar loro a riconoscere lo stimolo della fame, verbalizzarlo, dunque soddisfarlo.
In pratica, sarebbe opportuno, almeno nei primi anni di vita, fino ai 7-10 anni, permettere ai bambini di mangiare quando hanno fame.

Per quanto sia una cosa assolutamente ovvia, so che solo a leggere o sentire un’affermazione simile, molta gente va in auto combustione!

In Italia le routine alimentari sono molto rigide. Ci sono orari per mangiare e per abitudine condivisa, ad ogni pasto corrisponde una tipologia di cibo.
Dunque si mangia il dolce a colazione, la pasta a pranzo, varie ed eventuali a cena.
Gli spuntini sono esclusi dalla vita degli adulti, la merenda viene letteralmente imposta ai bambini, sempre con orari rigidi.

Per quanto le routine, anche quelle sociali, siano importantissime per i bambini, ricordiamo che loro sono biologicamente dei piccoli esploratori, del mondo e del loro corpo.
Noi adulti, intrappolati dalla paura che “non mangino a cena”, neghiamo la possibilità che, se hanno fame alle sei e mezza, possano mangiare a quell’orario.

Irrisolti generazionali legati al cibo

Veniamo a punti più complessi: per decenni, il riconoscimento sociale delle donne in famiglia, dunque delle madri, è stato legato al cibo.
A questo si uniscono i dolori intergenerazionali legati a periodi di guerra, post guerra e penuria economica e alimentare, dai cui il meccanismo trasmesso nelle ultime tre generazioni:

  • mangia perché ai miei tempi si faceva la fame
  • più il figlio mangia, più lo sto proteggendo dalla fame
  • più mio figlio è in sovrappeso, più ho successo come madre/nonna
  • più mio figlio (maschio) mangia, più sarà “uomo” (irrisolto della componente padrilineare delle famiglie italiane)
  • salvo poi non volere figli e figlie “grasse” dall’adolescenza in poi, perché la società di oggi non lo vede di buon occhio

Vecchie pratiche pedagogiche

Quanto sopra, ha portato le generazioni di genitori nati dagli anni Sessanta agli anni Novanta (più di un trentennio) a premiare i bambini con il cibo o, peggio, punirli con la privazione.

Leggi anche: premiare i bambini con dolci e caramelle, a cosa vai incontro

Irrisolti personali dei genitori

Noi genitori vorremmo essere perfetti, guide infallibili. Ma siamo delle persone, degli esseri umani, con i loro irrisolti e spesso molti di questi passano dal cibo.
Avere una propria consapevolezza dei nodi da sciogliere è un primo importante passo per essere guide per i nostri bambini, diventando anche guide migliori per noi stessi.

DCA mai del tutto attenzionati

Al contesto culturale generale, a come siamo cresciuti, si legano delle ferite legate al cibo e ai suoi riti che spesso si trasformano, anche per noi genitori, in disturbi del comportamento alimentare, neanche diagnosticati.
In Italia, per altro, c’è anche una cultura molto approssimativa sui DCA: si crede che tutto si limiti ad anoressia e bulimia, che non sono invece altro che due delle manifestazioni più gravi e visibili di disturbi molto più complessi e insidiosi, nati molto tempo prima.

Traumi legati al momento posto parto

Molte mamme, nei primi giorni dopo il parto, non riescono ad allattare, soprattutto per parti cesarei e gravidanze a rischio.

E in una società che si aspetta dalle mamme tanto l’istinto materno quando l’iper performatività di chi non ha figli da accudire, non è raro trovare donne che non riescono ad allattare affatto.

Dunque ad un’esperienza complessa (o traumatica) legata all’atto di mettere al mondo, si unisce quello che resta un tarlo nascosto per molti anni, nella mente della mamma. Cioè la paura che il bambino possa morire di fame.

Inadeguatezza del contesto sociale moderno

Diciamocelo senza temere di offendere nessuno, ma come forma di lucida autocritica.
Noi italiani ci vantiamo della nostra cucina mediterranea, ma da anni perdiamo la testa dietro mode alimentari anti scientifiche.
Noi adulti ci abbandoniamo a diete improbabili, pratiche alimentari suggerite su TikTok, ci affidiamo pochissimo a professionisti e molto, troppo, a guru miracolati dal web.

Abbiamo anche un lessico eccessivamente aggressivo, ad ogni livello. Anche tra i professionisti della pedagogia e della nutrizione.

  • questo bimbo è grassottello
  • quella persona è rachitica
  • quella ragazza è una mazza di scopa
  • quel sedere è una portaerei…

Anche quando non rivolgiamo queste parole ai nostri bambini, le diciamo in loro presenza e loro le immagazzinano.
Nascere in una famiglia e poi in una comunità che non ha mai fatto davvero i conti con l’educazione alimentare rende difficilissimo un approccio pedagogico sano, legato al cibo.

Io però non vi lascio soli: vediamoci nella membership, e ne parleremo in modo approfondito

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