Abbiamo parlato qui sul blog, nel podcast, su Instagram di come e quanto il marketing dei giochi spesso faccia un gioco duro e non etico , spingendo noi e i bambini verso bisogni eccessivi e creando sempre nuovi problemi cui proporsi come soluzione.
Puoi leggere “Il marketing dei giochi ci sta fregando”
Uno dei fenomeni sociali più gravi che marketing dei giochi insieme alle nuove abitudini di consumo e creazione dei contenuti online stanno alimentando, è quello dell’adultizzazione dei bambini, una vera forma di violenza socialmente accettata.
La nascita e diffusione di prodotti di skincare (cura della pelle) rivolti ad un target infantile o la tendenza delle under 12 a usare i prodotti di bellezza delle mamme come routine quotidiana, è lo spazio in cui si inserisce e su cui agisce il marketing, per nutrirsi di quello che è, in realtà, un vuoto pedagogico.
Differenza tra “giocare a fare i grandi” e adultizzazione

Una bambina che si trucca mentre gioca, mette le scarpe della mamma, indossa le sue collane e distrugge i suoi rossetti, gioca e cresce.
Crea il suo prezioso gioco simbolico, quello in cui i bambini mettono in scena la realtà che osservano per comprenderla e interiorizzarla.
Giocare a “fare la mamma”, “andare al lavoro” o “truccarsi” è sempre stato parte di una narrazione affettiva e relazionale, una modalità con cui i bambini esplorano il mondo degli adulti per avvicinarvisi in sicurezza.
La sicurezza sta anche nel fatto che il gioco è uno spazio emotivo circostanziato. Il “facciamo che io ero” ha un inizio e una fine.
Mentre quello che il marketing, con il permesso delle famiglie, fa, è applicare alla vita dei bambini e in particolare delle bambine, degli stati esistenziali permanenti.
Il mercato non produce beni per i piccoli ma incita i piccoli ad avere bisogno di prodotti per adulti. Ne sono esempio e specchio
- i prodotti di marca costosissimi, fatti per bambini al di sotto dei 5 anni e sempre più diffusi in ogni fascia di target, anche di livello socio economico medio basso (bisogno dei genitori di legittimare il proprio status anche attraverso i figli)
- le diffuse feste di compleanno per bambine nelle spa (bisogno dei genitori di far fare attività alle figlie, accontentando i trend social del momento)
- i prodotti di skin-care sempre più usati da bambine piccolissime, che non ne hanno bisogno
- l’abbigliamento matchy-matchy per mamma e figlia da sfoggiare nei selfie sui social.
Come proteggere bambine e bambini

L’onere di proteggere i bambini dalle forme di abuso esterne, comprese quelle attuate dal mondo del marketing, è delle famiglie. La responsabilità genitoriale non va mai persa di vista.
So bene che condividere la beauty routine con la tua bambina è un momento di condivisione divertente, ma siamo sicure che sia davvero il solo momento di condivisione disponibile?
Riflettiamo: mettere insieme la sera, davanti allo specchio, creme e maschere di bellezza porta la bambina a cercare (elemosinare?) un momento di condivisione nella vita della mamma, mentre la corrente direzionale e intenzionale dovrebbe essere inversa.
Siamo noi adulti che dobbiamo trovare il momento per giocare con loro e creare delle routine adatte a loro: leggere i libri adatti ai bambini, insieme a loro, guardare la tele con programmi adatti a loro.
Condivideresti mai una sigaretta o uno spritz con tua figlia? No, perché non è un rito adatto ad una bambina e fa male.
Facciamo anche attenzione agli alibi che usiamo per giustificare tutto questo:
Hanno insegnato a noi adulte che fare la nostra beauty routine è un modo per prenderci cura di noi e “volerci bene”. Abbiamo deciso di crederci, perché siamo adulte e possiamo decidere di credere in quello che ci pare.
Ma davvero insegnare l’amore per se stesse passa attraverso la scelta di prodotti di skincare? Ribaltare questo canone a tutela delle nostre bambine potrebbe essere un buon ponte per ri-orientare anche il nostro senso di “cura del sé”.

A proposito di cambiamenti e rivoluzioni…
Sei ancora in tempo per partecipare al retreat di un solo giorno, in cui parleremo di genitorialità positiva, di cambiamenti nella tua vita che possono passare proprio dall’esperienza della maternità/paternità.
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tutta colpa dei social?
Ovviamente il fenomeno della skin care per l’infanzia diventa eclatante quando l’algoritmo di un social ci mostra decine di video di bambine fare tutorial di skincare sotto l’occhio fiero e poco vigile di una bella e giovane mamma.
Laddove il sotto testo dietro cui si nascondono i genitori – creator sui social è “ci sono io dietro la bambina, state tranquilli, la proteggo io e ci stiamo solo divertendo”, in realtà la forma di abuso di cui la bambina è vittima è triplice:
- una bambina viene adultizzata
- una bambina viene usata per alimentare la performance della mamma (sì, i social sono performance anche quando sembrano vita vera)
- una bambina viene adultizzata dalla mamma e sottoposta allo stress dei like e del consenso della massa, da chi, per legge e per etica, dovrebbe proteggerla.
Il punto è che non sono i social ad avere la responsabilità genitoriale, concetto etico e legale, ma i genitori.
Abbiamo dunque anche l’onere della decodifica dei messaggi positivi e di quelli negativi, per non parlare del fatto che, sempre per legge e per etica, i bambini al di sotto del 12 anni andrebbero tenuti alla larga da tutti gli algoritmi dei social.

