Vacanze estive troppo lunghe: il dibattito dimentica i bambini

Disciplina Dolce

Vacanze estive troppo lunghe: il dibattito dimentica i bambini

Le vacanze estive troppo lunghe sono tornate da poco nel dibattito pubblico e all’attenzione della comunicazione di massa, sui social, sui giornali.
Per i genitori in realtà si tratta di un “micro dibattito” periodico frequente, che almeno una volta all’anno torna nelle famiglie con bambini in età scolare, negli anni della scuola primaria.

La Onlus WeWorld, attiva in circa 30 paesi nella difesa dei diritti di donne e bambini, e il progetto web Mammadimerda hanno di recente lanciato una petizione e relativa campagna di comunicazione per chiedere di modificare il calendario scolastico alla luce della fatica di buona parte delle famiglie con genitori lavoratori, di gestire su un piano pratico ma anche economico, i bambini a casa (o comunque non a scuola) per ben 10 settimane consecutive e un totale di 14 settimane all’anno.

In questo approfondimento capiremo meglio cosa accade nei cervelli in evoluzione dei nostri bambini in quei mesi di pausa dalle attività scolastiche e dal luogo scuola,

Soprattutto, cercheremo di rimettere i bambini al centro del solito dibattito che li riguarda ma non li prende minimamente in considerazione come attori, lasciandoli come ombre marginali sullo sfondo..

l dolce guida - elena cortonovis pedagogista


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Cosa accade nel cervello dei bambini durante le vacanze estive

Il principale motivo per cui il calendario scolastico andrebbe rivisto, sta nel funzionamento cognitivo del cervello dei bambini (6-10 anni, periodo della scuola primaria).

Il riposo è per loro fondamentale (per questo i bambini hanno bisogno di molto sonno, e noi genitori a volta dobbiamo rinunciare a un po’ di serate divertenti in pub con musica in cassa).

Nelle ore di riposo i bambini rielaborano passivamente tutti i contenuti immagazzinati durante il giorno.
Tuttavia, se i momenti di pausa dalle comuni attività di apprendimento sono eccessivamente lunghi, quelli che si interrompono sono i processi mnemonici.
Quante volte le maestre lamentano – giustamente – che dopo la pausa natalizia i bambini già non ricordano più nulla di quanto fatto da settembre a dicembre?

Questo gap di contenuti è ancora più importante quando la pausa dalle attività scolastiche è così lunga da coprire più mesi.
Tanto più che il “ripasso” durante le vacanze estive viene vissuto come una fatica e persino un’ingiustizia tanto dai piccoli quanto dalle famiglie. Per molti genitori, “una rogna in più da gestire”.

La distanza dalla scuola come ambiente fisico, inoltre, rende ogni anno i processi di ambientamento più lunghi, come se ogni mese di settembre, soprattutto dal primo al terzo anno di scuola primaria, tutto l’ambientamento andasse rifatto daccapo, con una enorme fatica per bambini e poi, ovviamente, anche per i genitori.

Le vacanze troppo lunghe accentuano le disparità tra bambini

bambini alla scuola primaria unsplash

Punto affrontato dalla campagna di WeWorld e del tutto condivisibile, le prime diseguaglianze di censo iniziano ad essere pesanti e presenti da piccoli, se non a scuola, durante le vacanze estive.

Le famiglie con genitori lavoratori, le cui ferie sono per forza di cose contingentate, devono decidere dove “parcheggiare” i propri bambini.
Chi può, sceglie e paga campi scuola, corsi di inglese, corsi di equitazione, esperienze in natura, laboratori di arte creativa. Chi ha il privilegio di vivere in centri urbani vivaci avrà più possibilità di chi vive in province, aggiungendo una disparità territoriale a quelle economiche.

Chi non può, manda i bambini dalla zia, dai nonni, dai vicini di casa.
Nella peggiore delle ipotesi, un genitore (spesso la mamma) deve rinunciare a lavorare per stare con i bambini, per via di quei tre mesi.
In molti altri casi, i bambini restano a casa da soli.

I bambini sono dunque costretti ad esperire, per via di un sistema paese che si dichiara “per la famiglia” ma che di fatto non lo è per niente, disparità, solitudine, persino problemi di sicurezza (quando lasciati a casa da soli da genitori che non hanno altra scelta).

La soluzione ideale per i bambini sarebbe avere più momenti di pausa spalmati nel tempo


Se mettiamo, come dovremmo, i piccoli al centro del dibattito, l’ideale per i bambini sarebbe avere più momenti di pausa (i.e. una settimana alla volta) spalmati nel corso dell’anno, come accade in Australia, Canada, Francia, Germania, Belgio, in cui il calendario del riposo dalle attività scolastiche prevede una settimana di stop ogni 2-3-4 mesi (a seconda del paese).

Il punto è… questa soluzione sarebbe ottimale per le famiglie?

Purtroppo il sistema paese, in Italia, è così poco “family friendly” e il dibattito sulla famiglia è così poveramente retorico, da portare i genitori a vivere la scuola, per forza di cose, come un parcheggio e non come un luogo per imparare, crescere, sviluppare connessioni e competenze, diventare cittadini.

Se da un lato 2 mesi di stop alle lezioni sono troppo lunghi, anche l’impegno senza pause decenti richiesto ai bambini è spropositato, stancante, estenuante.
Inoltre ,le 5-8 ore di scuola quotidiane da settembre a giugno (praticamente un lavoro!) porta i genitori a delegare tutto l’onere educativo e formativo alle scuole per i restanti mesi.

Il dibattito sulla scuola messo in atto è incentrato sulla diatriba insegnanti – genitori o, al massimo, Ministero dell’Istruzione – genitori. Dunque, è ancora eccessivamente involuto sul mondo degli adulti, che vivono tutto, dall’ambientamento alla gestione dei compiti passando dalla questione “vacanze” come un ennesimo problema da gestire.

In questo, è difficile stabilire dove finisce la responsabilità del sistema e dove inizia quella dei genitori.

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