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Meno stress per tutti: ci salva il babywearing!

Una delle cose che mi ha colpita maggiormente quando mi sono avvicinata al mondo del portare in fascia è stata la scoperta che i supporti porta bebè potrebbero essere annoverati tra i primi utensili ritrovati in epoca primitiva, come se fosse qualcosa di connaturato con la storia dell’umanità. Timothy Taylor, docente di archeologia presso l’Università di Bradford, azzarda l’ipotesi che siano un’invenzione da datarsi oltre 2 milioni di anni fa. Sarah Blaffer Hrdy, antropologa, invece colloca il loro utilizzo in epoca più moderna, intorno a 50.000 anni fa, ma ritiene che il portare i piccoli sia stato uno snodo cruciale nell’evoluzione dell’umanità, avrebbe infatti allungato la gestazione e migliorato le possibilità dei bambini di arrivare alla maturazione di cranio e organismo.

Quel che è certo è che ad oggi due terzi dell’umanità porta ancora i propri bambini e che anche nel mondo occidentale è una pratica sempre più diffusa e apprezzata.

Babywearing, è questa la parola scelta nel mondo occidentale negli settanta del ‘900 per indicare il trasportare addosso i bambini. Letteralmente, “indossare il bebè”, l’arte del babywearing in occidente rispecchia perfettamente le esigenze e la cultura delle mamme e dei papà occidentali, come d’altro canto ogni società tradizionale ha la sua peculiare modalità di indossare i propri bambini. Pensate ad esempio al fatto che noi mamme occidentali, culturalmente abituate al predominio del contatto visivo, necessitiamo di portare i nostri neonati davanti a noi, almeno per i primi tempi, pensate ora invece alle mamme africane che portano con il pagne tradizionale, sulla schiena, in basso, per essere comode lavorando chinate.

È indubbio che in gran parte del mondo i bambini si portano per necessità, ma è anche vero che la pratica del portare non è un semplice mezzo di trasporto, ma una pratica adatta a crescere i figli che si inserisce a pieno titolo tra le pratiche di maternage definito ad alto contatto.

Il contatto, universalmente riconosciuto ormai come bisogno primario del bambino, è di importanza fondamentale anche per la neo-mamma.
Il contatto “cute della mamma – cute del bambino” è il primo, inestimabile, beneficio del babywearing che contribuisce a rafforzare il bonding reciproco.


Ma perché il neonato necessita così fortemente di essere tenuto a contatto?

Il momento del parto è un distacco dopo nove mesi dove tutto era contatto. Il feto ha vissuto in un luogo dai confini ben definiti, dove la temperatura era stabile, in una condizione di semi-oscurità, circondato da suoni dolci e attutiti, nutrito, protetto, amato. Improvvisamente si trova catapultato in un mondo totalmente diverso. È evidente che ciò che il neonato ricercherà immediatamente è l’unica cosa che già conosce: il corpo della mamma.

Il babywearing è un modo dolce per accompagnare i piccoli in questa nuova vita, contenendoli, avvolgendoli, lasciandoli a contatto costante con il corpo della mamma, è un vero e proprio continuum dell’utero materno. Il luogo dove possono di nuovo sentire il battito cardiaco della mamma , respirare il suo odore, mantenere una temperatura costante grazie alla termoregolazione reciproca.

Portare il proprio bambino a contatto, avvolto a sé in una morbida fascia, aumenta il livello di ossitocina della madre, riducendo di conseguenza i rischi di depressione post partum, oltre al fatto che, una madre che porta in una fascia il proprio bambino godrà delle mani libere, si sentirà più competente, si potrà prendere cura anche di sè stessa. Per il papà invece può essere un mezzo privilegiato per creare un benefico legame paterno e per sentirsi in grado di prendersi cura del proprio piccolo tanto quanto la madre.

I bambini portati piangono meno.
Le madri sono in grado di rispondere prontamente ai loro bisogni, prima che la richiesta sfoci nel pianto. Immaginate ad esempio un neonato affamato, se sarà un bambino portato, la madre sarà in grado di riconoscere immediatamente i segnali della fame e nutrire immediatamente il suo bambino, per il semplice fatto che il neonato è lì con lei, addosso a lei. Se invece il bambino si trovasse in una culla, distante dalla madre, e manifestasse i primi silenziosi segnali della fame, nessuno lo vedrebbe, così il piccolo avrebbe bisogno di attirare l’attenzione della madre, arrivando a richiamarla con il pianto.

Inoltre, un bambino portato riceverà sempre il giusto numero di stimoli. Potrà partecipare attivamente alla vita della famiglia, stando sempre al livello della madre, e al contempo non sarà mai sovrastimolato, perché, ogni qualvolta lo vorrà potrà rifugiarsi nel genitore ed escludere gli stimoli che non desidera ricevere. Un bambino portato è protetto. Ricevere un numero di stimoli adeguato è fondamentale per una crescita serena del neonato arginando i pianti da stress.


Ora che abbiamo passato in rassegna gli innumerevoli benefici del babywearing non ci resta che chiederci…

Da dove cominciare per imparare a portare il nostro bambino?

Una pratica ancestrale, antica, naturale, così diffusa nel mondo, ma cosi nuova e per certi versi difficile per le madri occidentali che hanno imparato a conoscerla solo molto di recente.

Una professionista del babywearing è senz’altro un grandissimo facilitatore in questo senso. La consulente babywearing è colei che sarà in grado di guidarvi in questo bellissimo ma intricato mondo.

Nel mondo occidentale esistono una miriade di supporti porta bebè (dalle varie tipologie di fasce, ai marsupi, dai mei tai agli halfbuckle, ecc), ognuno con caratteristiche proprie. Alcuni rispettosi della fisiologia del portato e del portatore e altri invece meno adatti. Quando incontro le famiglie che desiderano portare i loro bambini, mi pongo innanzitutto in ascolto attivo delle loro esigenze, ascolto le loro storie di parto, le loro storie di allattamento, osservo, per aiutarle nella scelta del supporto. Per aiutare poi mamma e papà ad indossarli al meglio.

Gestire una fascia tessuta può intimorire, non è facile capire quale è la legatura più adatta a sé e al proprio bambino, con il rischio di commettere errori che possono compromettere il proprio percorso babywearing portando a pensare che il proprio bambino non gradisca essere portato o che il babywearing costi grande fatica, ma al termine delle mie consulenze babywearing mi è capitato più che spesso di sentirmi dire dalle mamme: “Beh pensavo peggio!”. Infondo con le giuste accortezze e un po’ di pratica si tratta solo di riscoprire una certa manualità e la capacità di sentirsi con il corpo.

Trovare una professionista del babywearing è ormai molto semplice, si possono consultare i siti o le pagine social delle varie scuole di babywearing italiane come Scuola del Portare®, Portare i Piccoli® o Babywearing Italia®, dove sono annoverate tutte le professioniste da loro certificate. Oppure, ci si può informare circa incontri informativi, in genere gratuiti, che le professioniste tengono sul territorio, per spiegare le basi del babywearing. Sono senz’altro un attimo momento per conoscere di persona le professioniste e toccare con mano i più comuni supporti porta bebè.     

(Dato il particolare periodo che stiamo vivendo e l’impossibilità di tenere incontri informativi di persona o di fare una vera e propria consulenza ai genitori, molte professioniste si sono attivate con servizi online!)

Fabiola

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