Avrai forse sentito parlare della così detta “cultura della cancellazione”, anche detta nel suo corrispettivo inglese “cancel culture“.
Si tratta in estrema sintesi di una forma moderna di boicottaggio, di opposizione attiva, che prevede l’eliminazione di idee, concetti, pratiche e talvolta anche persone dal dibattito pubblico o dai suoi contesti di azione.
Oggi, nel dibattito pubblico e nell’attivismo comune, la cancellazione passa ad esempio attraverso l’azione di centinaia o migliaia di utenti che
- chiedono a un’università che un professore venga allontanato per delle sue posizioni non gradite al sentire comune
- chiedono a un editore di non pubblicare o di modificare un testo per dei passaggi non in linea con la morale comune (ad esempio, è accaduto con la richiesta di revisione della Capanna dello Zio Tom perché conterrebbe parole razziste)
- si rivolgono a case di produzione o aziende affinché un attore o testimonial venga escluso da uno o più film (come nel caso di Deep durante il processo Deep-Heard)
- Oppure singoli politici o gruppi parlamentari chiedono che un libro non sia diffuso nelle scuole.
Si tratta dunque di un fenomeno sociologico complesso che oscilla tra i buoni propositi e il revisionismo dei fatti e della cultura, ma noi oggi ne analizzeremo le conseguenze nel mondo della pedagogia e della cultura dell’infanzia.

L’argomento di oggi è complesso, come del resto è complessa la vita dei genitori in un mondo così pieno di cambiamenti veloci.
Più vogliamo migliorare, più alziamo l’asticella, e spesso ci capita di sentirci soli.
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Essere genitori oggi è un modo per fare la rivoluzione, con i nostri figli, domani.
Una rivoluzione gentile ma potente.
Vietare le fiabe o i libri che non incontrano la nostra morale attuale
Tempo fa mi sono imbattuta in un’intervista all’attrice inglese Keyra Knightley, nel primo periodo di maternità, al talk show di Ellen Degeneres (uno dei programmi più seguiti nella storia della TV negli USA).
Lei dice che a sua figlia è vietato vedere alcuni film Disney, in primis Cenerentola “Perché aspetta che tizio ricco la salvi” e la Sirenetta (1 Oscar e 2 Golden Globe), perché “non bisogna mai rinunciare alla propria voce per un uomo”.
Se la sua affermazione è da applausi, e la sua posizione è decisamente condivisibile, è interessante vedere come, per l’ennesima volta, un genitore, anche altamente istruito e armato dei migliori buoni propositi, preferisce vietare un prodotto (nella fattispecie due capolavori creati apposta per bambini) invece che usare il contenuto come strumento di dialogo, approfondimento, confronto (ovviamente alla giusta età del figlio/figlia).
Vale lo stesso discorso per il dibattuto sul “bacio non consensuale” che renderebbe “cancellabili” perché non di buon esempio etico le fiabe di Biancaneve e La Bella Addormentata.
Protezione dei figli o affermazione del nostro ego?

Ovviamente, come pedagogista ferma sostenitrice della disciplina dolce credo molto nella responsabilità genitoriale, e rispetto del tutto la scelta di un genitore di stabilire di quali beni, anche artistici o cinematografici, far usufruire i bambini nella prima infanzia per tutelare il loro bene, e sancire quali valori provare a trasmettere.
Trovo fondamentale leggere o mostrare ai bambini solo contenuti adatti alla loro età e visionati prima dai genitori, senza per forza affidarsi al numero scritto sulla copertina. Cenerentola e La Sirenetta, ad esempio, non sono adatti a bambini di 2/3 anni, e questa attenzione è fondamentale.
Ma credo anche per noi genitori sia sempre utile porci la domanda:
“qual è il confine tra proteggere i nostri bambini e l’affermazione del nostro ego e del nostro percorso morale?”
Se da un lato posso capire un genitore che decide, anche con sacrificio, di non lasciar vedere ai figli dei prodotti non adatti alla loro età (ad esempio, io non somministrerei a Gin e Leti, di 8 anni, i film di Harry Potter, di cui sono una fervente fan), diverso è vietare un contenuto perché non in linea con il nostro percorso attuale, come adulto, soprattutto se il prodotto è stato creato e strutturato proprio per la fascia dell’infanzia.
Io credo che sia importante, nel permettere l’accesso dei nostri bambini ai contenuti, alle storie, ai prodotti, distinguere tra messaggi e contenuti che possono spaventare, turbare, provocare sofferenza, da contenuti che, invece, necessitano solo di essere spiegati e dibattuti (ovviamente anche coi noi).
Se in un libro che state leggendo ci sono, ad esempio, frasi non in linea con la vostra educazione, non censuratele. Ma, al contrario, usatele per riflettere con i vostri figli sul perché in casa vostra quelle frasi non le usate. Ho iniziato con le mie figlie già dai primi albi illustrati (il controverso “Che rabbia!” lo leggiamo e riflettiamo su come isolare in camera potrebbe far arrabbiare ancora di più il bimbo), per arrivare ad oggi che hanno quasi 8 anni a fare lo stesso lavoro di riflessioni su testi più complessi (capita spesso con Dory Fantasmagorica) e in film che hanno scene lontane dalla Disciplina Dolce.
Le conseguenza possibili del “cancellare contenuti”, anche se non sono realmente nocivi
La cultura della cancellazione, per quanto nasca con propositi per alcuni aspetti lodevoli, rischia di togliere alle persone, a partire dai bambini,
- la possibilità di capire e analizzare le differenze dei contesti (anche storici e culturali)
- appiattire il dialogo o azzerarlo
- rinchiuderci nell’illusione di proteggere i nostri figli da tutto quello che non ci piace
Per altro, arriverà un momento nella vita dei nostri bambini, in cui non saranno più bambini ma pre adolescenti e adolescenti, e lì il tentativo di vietare sarà praticamente vano; se prima abbiamo lavorato più sulla decodifica dei messaggi che sul loro divieto, forse non ci faremo la parte dei genitori “cringe” quando chiederemo loro di parlare insieme della scuola, della musica che ascoltano, dei personaggi che seguono. Perché il dibattito sarà parte della loro prassi di vita.
Ho dedicato un intero articolo e approfondimento a come affrontare dialoghi con pre adolescenti che si approcciano a contenuti che proprio non riusciamo a mandar giù, dal titolo “E se a mio figlio piace la trap?”
Tu che ne pensi?
Hai mai vietato un contenuto ai tuoi bambini nonostante fosse adatto alla loro età?

