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Comunicazione non violenta con i bambini (e con gli adulti, e con noi stessi)

Comunicazione non violenta con i bambini, con gli adulti e con noi stesse: Come può renderci persone più felici.

Nessuno mi ascolta. 
Non riesco a far sì che mio figlio metta a posto i giochi, figuriamoci se convinco suoceri e coniuge a usare la disciplina dolce. 

Quante volte hai detto o pensato frasi simili? A me le dite e scrivete continuamente e non sapete che state già usando una comunicazione violenta verso voi stesse. 

Oggi parliamo di questo, di comunicazione non violenta partendo proprio da come utilizzarla verso sé, e da noi verso gli altri e, ovviamente, verso i nostri bambini. 

Perchè è importante? Perché dalla comunicazione non violenta passa buona parte dei buoni risultati con i piccoli , perchè possiamo imparare ad essere più consapevoli dei nostri bisogni, perché possiamo imparare ad essere più ematici e possiamo imparare davvero a farci ascoltare. 

Quante volte non ci sentiamo né capite né ascoltate? Viviamo i nostri bisogni come palesi, lapalissiani e siamo tristi perché tutti li ignorano. 

Non è sempre “colpa” degli altri. Spesso non siamo in grado di comunicare i nostri bisogni in modo efficace, perché non ce lo hanno insegnato, perché non crediamo a sufficienza in noi stesse, perché neanche noi sappiamo ancora bene il motivo per cui alcune situazioni ci fanno sentire frustrate, non sentiamo reali possibili vie d’uscita e speriamo che qualcuno, solo “osservandoci” da fuori, ci dia delle risposte.
Se non ce le dà… ci sentiamo sole e… arrabbiate. 

Oggi capiamo insieme come sciogliere questo nodo. 

Che cosa è la comunicazione non violenta 

disciplina dolce - elena cortinovis

La comunicazione non violenta non è solo un modo di comunicare ma anche di vivere. 

La comunicazione non violenta (CNV), anche detta comunicazione empatica, è stata teorizzata da Marshall Rosenberg, psicologo statunitense. Attraverso una serie di pratiche e tecniche di comunicazione non oppositive ma accoglienti, empatiche e risolutive, secondo Rosenberg è possibile risolvere conflitti inter-relazionali ma anche personali. 

Secondo Rosenberg, la non violenza è insita nell’animo umano ma l’essere umano nel corso della vita, già dai primi anni, impara un approccio oppositivo e difensivo che è poi sempre più difficile superare. 

Rosenberg parla della comunicazione non violenta attraverso la metafora del Linguaggio Sciacallo vs il Linguaggio Giraffa. 

Vediamo in che cosa consistono questi due linguaggi e… analizziamo quale dei due utilizziamo noi. 

Che cosa è il Linguaggio Sciacallo 

cmunicazione non violenta con i bambini

Il linguaggio sciacallo è quello che… non ci porta mai risultati positivi e, anche quando sembra portarne, si tratta di risultati destinati ad essere limitati nel tempo. 
Se usi un linguaggio sciacallo, cioè oppositivo e aggressivo/passivo aggressivo, avrai un riscontro immediato per paura, sfinimento, arrendevolezza ma nel medio lungo termine ogni tua parola (e bisogno) verrà dimenticato. E nessuno sarà soddisfatto, né tu né il tuo interlocutore. 

Il linguaggio sciacallo consiste in 4 punti. 

  1. Giudizio moralistico.
    Ciò avviene quando comunichiamo, discutiamo, dialoghiamo con qualcuno del quale abbiamo già un basso livello di stima perché non ne condividiamo la morale. Non abbiamo una buona opinione di una persona o delle sue idee e quindi diamo a prescindere meno ascolto e credito a quello che dice, mancando di osservazione obiettiva (che invece, tra un attimo troveremo nel linguaggio giraffa). 
  2. Esprimere pretese
    Metti a posto i tuoi giochi (al bimbo). 
    Voglio che usi la disciplina dolce perché è il mio metodo educativo (alla maestra o alla nonna) 
    Ma mi ascolti quando parlo? (al partner) 

    Oggi devi darmi una mano (a chiunque)
    Sembrano tutto sommato richieste sensate, vero? Quindi come mai spesso il bimbo non riordina, la nonna usa metodi educativi da medioevo, il partner non ti ascolta e nessuno ti aiuta?
    Perché hai preteso. 
    Hai preteso senza spiegare, senza dire come ti senti e che cosa provi, magari hai anche usato un tono supponente o troppo assertivo creando indisposizione a chi ti si trova di fronte. 
  3. Fare paragoni.
    Questo è un ambito in cui usiamo il linguaggio dello sciacallo non solo con gli altri ma anche e soprattutto con noi stesse, quando ci paragoniamo a mamme più brave, donne più belle, papà più pazienti, coppie più affiatate. Smettiamo di guardare la nostra vita nella sua interezza e unicità, frammentiamo la nostra identità di persone e, cosa più grave, facciamo paragoni anche tra i nostri cari e il resto del mondo. E senza saperlo, creiamo sofferenza. 
  4. Negazione delle responsabilità.
    Io vorrei essere più tranquilla, ma tutti mi stressano. 
    Io vorrei non litigare con tutti i miei colleghi, ma nessuno rispetta il mio lavoro!
    Io vorrei applicare la disciplina dolce, ma mio marito non collabora. 
    Io vorrei rimettermi a lavorare, ma devo badare a due bambini. 

    Io vorrei [metti quello che ti pare], ma sono sempre stata sfigata! 

    Questa è negazione delle nostre responsabilità ma anche del nostro potenziale; questo linguaggio perpetrato porta il nostro cervello a credere di non essere padroni della nostra vita e che tutto quello che ci accade dipenda dagli altri o addirittura da forze oscure. Il nostro linguaggio (violento) sta, come uno sciacallo, approfittando delle nostre debolezze per divorarci. 

Ti sei riconosciuta in uno di questi punti? Beh, non sentirti sola perché siamo tutti e tutte un po’ sciacalli. 
Ma possiamo cambiare e diventare giraffe. 

Che cose è il linguaggio giraffa? 

La giraffa è l’animale con il cuore più grande (nel vero senso del termine, ha il muscolo cardiaco proporzionalmente molto grande) e, soprattutto, ha un collo lungo che le permette di guardare oltre. 

Con questa premessa, ecco i punti cardine della comunicazione giraffa. 

  1. Osservazione. 
    Come detto, la giraffa può guardare “oltre” il qui ed ora, può andare a fondo a osservare a meglio la situazione in cui avviene la comunicazione. Osservare bene la situazione ci permette di essere oggettivi e obiettivi e di non comunicare per preconcetti. 
    La soggettività ci fa applicare giudizi personali e arbitrari e valutare la situazione da un punto di vista già viziato. 
    Non mi ascolti mai! – Sei un bambino viziato! Sei monello!
    Stiamo dando un’etichetta senza descrivere la situazione. 
    Diverso sarebbe dire: 
    Filippo, quando prima ti ho parlato non mi hai ascoltato.
    Stiamo senza dubbio facendo un appunto e un rimprovero, ma stiamo riconducendo all’osservazione oggettiva, stiamo indirizzando l’attenzione e l’appunto ad un momento specifico che sarà quindi più facile per il bambino individuare. 
  2. Emozioni e sentimenti. 
    Quante volte abbiamo detto “sono una cattiva mamma”. Forse anche adesso, pensando a tutte le volte che siamo siamo sciacallo e non giraffa. 
    Beh, no, non lo sei. Non sei una cattiva mamma. 
    Forse ti senti così, che è diverso, ma non lo sei. 
    Se la comunicazione che attui con te stessa passasse dal “sono una cattiva mamma” al “non avevo mai pensato alla mia comunicazione” oppure “non conoscevo la comunicazione non violenta” ecco che cambi modo di comunicare con te, ti apri a un dialogo interiore non giudicante e più produttivo. Questo si applica anche alla comunicazione con gli altri. 
    Se partiamo, nei momenti di giudizio negativo, da come ci sentiamo e non da come valutiamo arbitrariamente una situazione negativa, troveremo un’apertura diversa dall’altra parte. 
  3. Espressione dei bisogni. 
    Dopo aver verbalizzato sensazioni e sentimenti arrivano i bisogni e la loro esposizione. 
    “Mi sento in difficoltà: puoi aiutarmi?” avrà un effetto diverso dal “io sono stanca, mi devi aiutare”. 
    Nel primo caso diciamo cosa proviamo e in base a questo sentimento facciamo una richiesta per un bisogno. E non si tratta di farci carico anche del peso emotivo di insegnare agli altri come ci sentiamo, ma dal semplice esercizio di esporre una “pretesa” attraverso un bisogno.

    Se dobbiamo esercitarci a comunicare diversamente non è perché “altrimenti mio marito/padre/suocero non capisce”, ma perché così noi impariamo ad esprimere la nostra interiorità come è giusto che venga espressa, in modo chiaro e libero.

La comunicazione non violenta va esercitata (anche fuori dal conflitto)

comunicazione non violenta con bambini

Non basta in realtà conoscere i punti teorici della CNV per diventarne padroni. Bisogna esercitarsi e, gradualmente, farla diventare perte del nostro vissuto, con noi stesse, con i nostri cari, con i colleghi e, ovviamente, con i bambini. 

La CNV, infatti, non si esercita, come molti possono credere, solo nella fasi di conflitto, ma anche in situazioni più normali. 

Quando la comunicazione non violenta ci insegna l’empatia e il puntare l’attenzione sui bisogni, non chiederemo più ai nostri bambini 
“Cosa hai fatto a scuola”, pretendendo che ci rispondano, ma chiederemo, ad esempio “Come ti senti? Ti vedo molto felice, se vorrai raccontarmi quello che ti rende così felice sono pronta ad ascoltarti” perchè capiremo meglio la difficoltà di un bambino piccolo di rispondere ad una domanda aperta. 

E ancora “Non hai mangiato neanche oggi!” potrebbe diventare “Oggi non è stata una buona giornata? Magari ti si è chiuso lo tomaco per questo. Se hai bisogno io per te ci sono”. 

Lo so, molti e molte di voi penseranno che queste frasi avvallano il capriccio di non mangiare. Se è così, beh, stiamo usando proprio un preconcetto giudicante (vedi, sciacallo, punto 1). Il giudizio è: il bambino fa capricci, è viziato e non deve vincere lui. 

La comunicazione, per essere non violenta, non deve essere una gara o una lotta di supremazia.

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2 Commenti

  • Avatar
    Cristina Pubblicato il 20 Ottobre 2021 08:18

    Molto interessante. Grazie

  • Avatar
    Stella Pubblicato il 21 Ottobre 2021 08:55

    Stupendo articolo, esposto davvero bene!

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