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Mio figlio non sa perdere! Come insegnare la sconfitta

E’ possibile insegnare a perdere?
La capacità di accettare o meno una sconfitta è davvero qualcosa di “genetico”, di parte della indole naturale di un bambino?
Al netto della distinzione che abbiamo fatto tra temperamento, carattere e personalità dei nostri bambini, oggi ti aiuto a riflettere su

  • come insegnare ai nostri bambini a perdere,
  • come trasmettere il valore dell’accettare la vittoria degli altri e
  • come non proteggerli troppo dalla loro frustrazione, che devono imparare a mitigare da soli, compatibilmente con i loro strumenti e il loro sviluppo, legato anche all’età.
educatrice e consulente per l'infanzia elena cortinovis

Qualche giorno fa abbiamo parlato, sia in un articolo che in una puntata del mio podcast, di come scegliere la giusta attività pomeridiana per i nostri bambini; diversi genitori mi hanno però scritto che non se la sentono di iscrivere il proprio figlio ad uno sport perché… “mio figlio non sa perdere”.

Così come ho detto, nell’articolo e nel podcast, che non dobbiamo imporre o proporre attività che entrino in collisione totale con la loro natura (come far fare uno sport di squadra ad un bambino timido al solo scopo di forzare la sua socialità), allo stesso tempo vi sollecito, come genitori, a non scegliere di non esporre un bambino competitivo ad un aspetto naturale della vita, cioè la sconfitta.

Spirito di competizione e bambini che non sanno perdere

routine per bambini

Puoi ascoltare i contenuti di questo articolo nella puntata 39 del mio podcast

La competizione arriva dopo i 4 anni

Prima di tutto serve una premessa: da zero a 3 anni i bambini vivono in una (giusta e naturale) bolla di egocentrismo in cui tutto è loro.
Sono in una fase in cui il loro principale lavoro neurale è scoprire loro stessi, il loro corpo, i loro limiti spaziali e affettivi.
Qui non esiste competizione perché la competizione stessa vuol dire mettersi in relazione e il cervello del bambino al di sotto dei tre anni non sa realmente vedere un mondo al di fuori di lui, non fa parte della sua capacità di astrazione.

Dopo i 4 anni, i bambini “entrano” nelle dinamiche del mondo in cui sono nati, il che non vuol dire che automaticamente diventano anche competitivi.

Il concetto stesso di sconfitta e competizione non appartiene all’infanzia, ma è legato al mondo adulto e al bambino viene insegnato e trasmesso, né più né meno della cultura legata al cibo o all’abbigliamento.
Attenzione! Non sto dicendo che se tuo figlio non sa perdere è colpa tua, seguimi fino alla fine e capirai 😉

Dunque, dai 4 anni possiamo assistere a scene apocalittiche se un bambino perde una sfida o ad un gioco, tanto che noi adulti a volte tremiamo quando sentiamo un bambino dire “facciamo una gara?”.
E io, che oltre ad essere pedagogista sono mamma di due gemelle di quattro anni, so bene cosa vuol dire, consapevole che cresceranno in una società che le metterà di default a paragone e anche in competizione.

Trucchi per insegnare ai bambini a perdere (e per imparare, noi stessi, con loro, a gestire le emozioni che ne derivano)

bambini che litigano

Non proteggere dalla sconfitta

L’errore più comune di un genitore di un bambino che non sa perdere è evitare di proporre o far fare giochi e attività di competizione, per limitare il senso di frustrazione che può derivare dalla sconfitta.
In realtà dobbiamo da loro la possibilità di perdere, altrimenti li diamo per sconfitti in partenza, sia nell’attività che vanno a svolgere che nella possibilità di imparare a gestire un’emozione.

Non facciamoli vincere sempre, quando giochiamo, ad esempio, a carte con loro. Al massimo aiutiamoli, perché non hanno la nostra esperienza, rendiamo la “sfida” il più possibile ad armi pari.
Ma non lasciamoli vincere passivamente.

Se vuole fare uno sport di competizione, lasciamoglielo fare, anche se ancora non sa gestire la sconfitta. Infatti questa è una cosa che si impara con un po’ di tempo ed esperienza, saggiamente guidata dai genitori oltre che, ad esempio, da un bravo coach sportivo.

Vi si accenda invece una lampadina se vi rendete conto che l’allenatore/allenatrice punta molto sulla competizione in modo tossico; non esiste sport che non sia adatto ad un bambino, ma adulti con un approccio non adatto a traghettarli.

Alleniamo alla gestione dell’emozione derivante dalla sconfitta

bambino senza autostima

Certo, l’importante è partecipare.
Certo, perdendo si impara.
Ma nessuno nella vita è mai felice quando non riesce in qualcosa, quindi perché imporre proprio a loro questo mondo fatato e irreale dove chi perde è, in fondo, felice?

La disciplina dolce accoglie tutte le emozioni, anche la frustrazione. Permettere loro di essere tristi o frustrati quando perdono è il ponte per aiutarli a gestire questa emozione, imparare a viverla ed esaurirla in poco tempo, non perderci il sonno, non odiare l’amichetto che ha vinto la corsa ecc.

Dare il buon esempio

Trovare tempo per noi stesse dopo la maternità

Per fare quanto appena detto, il nostro esempio è fondamentale.
Abbiamo parlato di società competitiva e la prima società con cui il nostro bambino si relaziona… siamo noi.

Difficile abituarli al valore dell’errore e alla gestione delle emozioni se ogni volta che qualcosa non va come vorremmo manifestiamo la nostra frustrazione per giorni, come emozione primaria e ingombrante.
Difficile far capire che se perdiamo la partita di pallavolo non è la fine del mondo, se a bordo campo facciamo un tifo da stadio super aggressivo.
Difficile che capiscano l’importanza del non vincere, se bestemmiamo interi templi quando l’Italia perde una partita.
Pretendiamo che il bimbo non pianga se perde una partita a carte, ma noi piangiamo due giorni se non passiamo un concorso o non ci viene data una promozione al lavoro…

Essere delusi e dirlo, va bene, è un accettare l’emozione. Ma poi dobbiamo imparare noi stessi a gestire, gestare, elaborare quell’emozione e… archiviarla, senza farla diventare centrale per una settimana o più.

Ponderiamo premi e rinforzi positivi a sproposito

Torniamo ad una vecchia questione: dire troppo spesso “bravo” e fare feste per ogni cosa normale che fanno i nostri bambini non aiuta l’autostima ma, al contrario, rende i nostri figli dipendenti dall’approvazione degli altri.

Figuriamoci quando “bravo” viene detto anche in caso di sconfitta.
Meglio incentivare fiducia e autostima attraverso frasi più empatiche:
come ti senti? ti dà fastidio aver perso? perché?
Magari la prossima volta potrai fare meglio e diventare sempre più bravo con la pratica.

Qui, ti rimando a 10 frasi per aumentare l’autostima.

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